Testi critici

a cura di Cristina Aglietti

SINESTESIE: UN ARCOBALENO DI FORME SONORE

Esistono profumi freschi come carni di bimbo, dolci come gli oboi, e verdi come praterie…
(Baudelaire, Corrispondenze)

A tutti è capitato almeno una volta di osservare un quadro e percepire spontaneamente una musica, oppure ascoltare una sinfonia e associarle visivamente un’immagine o un colore. Quando una stimolazione sensoriale viene colta dall’organo di senso interessato e nello stesso tempo suscita sensazioni generalmente associate ad altri organi di senso, si è in presenza della sinestesia. Alcuni individui percepiscono parole, lettere o numeri come caratterizzati da tonalità coloristiche, mentre per altri è possibile associare ad un sapore una sensazione tattile, ad un profumo una sensazione legata al gusto, e via dicendo. Il fenomeno, nella sua forma più comune, interessa ogni individuo: anche se le diverse modalità sensoriali vengono di solito studiate separatamente, in realtà la maggior parte degli stimoli eccitano più di un canale sensoriale e ognuno percepisce simultaneamente, e dunque sinesteticamente, suoni, colori, odori e sapori. La maggioranza dei casi di sinestesia riguarda, però, la relazione fra l’udito e la vista. Per questo motivo, medici e fisiologi che se ne occuparono per primi si dedicarono soprattutto alla sinestesia audiovisiva e in modo particolare all’audizione colorata, poeticamente riferita da Arthur Rimbaud nell’incipit del famoso sonetto delle Vocali: “A nera E bianca I rossa U verde O blu, vocali, / io dirò un giorno i vostri ascosi nascimenti” (Rimbaud, Vocali). Tutte le persone sono, in qualche modo, consapevoli dell’esistenza di relazioni sinestetiche tra l’esperienza uditiva e quella visiva: tuttavia, mentre i sinestetici percepiscono realmente le immagini, i suoni e gli odori evocati, vivendo esperienze sensoriali complesse e multidimensionali, gli altri si limitano a stabilire delle associazioni, delle corrispondenze.

Le attuali ricerche artistiche rivolgono particolare attenzione alle sollecitazioni sonore, patrimonio vastissimo che va dall’ascolto concreto del panorama urbano fino all’emozionalità pura: il premio nazionale di arti visive SINESTESIE nasce proprio con l’intento di stimolare giovani artisti a produrre opere che siano variamente sinestetiche, nel tentativo di esplorare un’area affascinante e ricca di potenzialità, ma ancora sconosciuta in tutte le sue implicazioni, seppure analizzata dai teorici di numerose discipline, da pittori e musicisti, soprattutto a partire dal XIX secolo.

Per questa prima edizione del Premio sono stati selezionati i lavori di 16 giovani: una produzione artistica fervida di stimoli, in cui confluiscono diverse metodologie di ricerca; opere in cui all’univocità della visione è associata talvolta una fruizione attiva, giocata sul coinvolgimento contemporaneo dei due sensi. L’individualità e la soggettività dell’esperienza sinestetica, che pure è un tratto caratterizzante, emerge con forza, ma la ricerca sperimentale e teorico-filosofica intorno a quello che potrebbe essere un nuovo prodotto delle arti, in cui lo scambio percettivo sia favorito anche dall’uso delle nuove tecnologie, deve essere ancora perseguita efficacemente.

Per promuovere tale ricerca, nell’intento di trasformare l’arte, come la vita, in uno spazio aperto da sperimentare incessantemente, la giuria ha ritenuto opportuno non selezionare un vincitore unico, ma premiare per ciascuna sezione l’opera ritenuta più interessante. Ai lavori dei quattro vincitori, Riccardo Chiodi (pittura), Gruppo 00 (scultura/istallazione), Laura Gianetti (fotografia), Francesca Checchi (video) è dedicata nel catalogo una scheda individuale; tutti, però, sono oggetto di una lettura critica, seppur di breve respiro, che ne evidenzi possibili suggestioni di senso.

Dall’analisi delle opere selezionate emerge come la percezione audiovisiva sia associata ad alcune tematiche ricorrenti: il corpo (D’Antonio, Gianetti, Marotta, Panarelli); la natura (Creati, Rossini); lo spazio emotivo commentato dal suono (Checchi, Hanzelewicz); ma anche il suono in quanto tale o nella sua variante di rumore, come elemento fondante l’opera (Gruppo MA.GI.E., Gruppo 00); nella sua veste iconica o aniconica (Chiodi, Crisciotti, Mazzeschi, Micarelli) o interpretato come flusso emozionale di onde e colori (Marchitelli, Piacentini).

La fotografia presentata da D’Antonio, ad esempio, gioca sull’esplicita analogia tra il contrabbasso e il corpo femminile: le sonorità che scaturiscono dall’uno si trasmettono all’altro, coinvolgendolo in flessibili sinuosità. I profili ondulati dei due “strumenti” sembrano fondersi nel Basso ventre, che oltre ad essere il titolo dell’opera, vuole indicare il fulcro da cui scaturiscono contemporaneamente le note e le emozioni, in un approccio viscerale alla musicalità dell’esistenza.

Una danza dalle movenze passionali caratterizza il trittico fotografico di Laura Gianetti, per il quale si rimanda alla scheda specifica, in un’atmosfera sospesa in cui il gesto diviene espressione ed interpretazione di una musica interiore e/o interiorizzata.

Nello scatto fotografico di Marotta, invece, la rappresentazione del suono e del movimento esplode nella fisicità della lotta in campo tra due figure virili. La loro contrapposta vigoria sembra sprigionare l’intenso cromatismo che li avvolge: il colore rosso, particolarmente energico, è associato da sempre alla passionalità e dunque anche al combattimento. Il suono sembra emergere dalla calda tonalità coloristica e dal groviglio dei gesti che evocano insieme rumori bassi, confusi, secchi e allo stesso tempo soavi.

Il corpo femminile è anche il soggetto del dipinto di Panarelli che nasce dopo un lungo studio sulla forma e sugli effetti che produce su di essa la luce. Proprio quest’ultima, che per l’artista traduce visivamente il suono, diviene causa ed effetto della sinestesia: colpisce il corpo liberando le sue armoniche tensioni, ma nello stesso tempo sembra scaturire da esso, in un contrappunto che riempie improvvisamente la vastità di un vuoto contenuto dall’uso sapiente della cornice.

La nuvola dipinta da Lorella Creati appare sul quadro quasi come una presenza misteriosa, concreta ma allo stesso tempo intangibile. La verticalità che la inquadra, in un formato più alto che lungo, esprime meglio il senso di inquietudine che trasmette: il presagio di un temporale imminente, forse, sullo sfondo di un cielo apparentemente calmo, o l’impressione di un’esplosione in atto le cui onde d’urto stanno per travolgere lo spettatore. L’incalzare di sensazioni uditive diverse si tramuta improvvisamente in una sonorità ancora più dirompente: il silenzio.

La matericità dell’opera di Emanuele Rossini, fatta di grumi e ammassi gessosi di spessore sulla tela, pur negando un esplicito figurativismo rimanda chiaramente alla spumosa mobilità dell’acqua, nella quale diafane figurine sembrano tuffarsi di slancio. Sotto gli occhi dello spettatore si anima un paesaggio fluido, brillante, dove la calda luminosità, che incide sull’impasto polimaterico, libera sinfonie di onde generate dal movimento ovattato e avvolgente dell’elemento naturale... e il paesaggio si interiorizza nello spettatore, divenendo emozionale e musicale.

Se nel video di Francesca Checchi le immagini e il suono si fanno interpreti simultanei di uno status emotivo che trasforma la realtà mutandola di senso, in quello di Hanzelewicz la relazione tra i due media è prevalentemente evocativa. Alla sincronizzazione, l’artista predilige una grammatica audiovisiva fatta di anticipazioni, richiami, formule di ostinato. Il suono commenta lo svolgimento delle singole immagini in modo tale da permetterne la visione, più che emergere sinesteticamente da essa. Stretto e costretto nel circolo vizioso dell’immanenza, il protagonista vive la realtà circostante attraverso una molteplicità di stati d’animo che muovono dal ricordo al rimpianto fino ad un labile desiderio, in un’atmosfera sospesa, alterata nella sua percezione, ma non deformata nella sua quotidianità.

L’uso delle nuove tecnologie e dei processi interattivi, tipici dell’era digitale, caratterizzano in modo specifico, da un lato, l’opera del Gruppo 00, in cui la corrispondenza biunivoca del suono e del segno grafico è codificata sul piano fisico mediante l’ausilio dei mezzi informatici, dall’altro la scultura del Gruppo MA.GI.E. Quest’ultima mira a raffigurare un angelo che non vuole staccarsi dalla terra, ma che anzi è radicato ad essa come un albero. Le ali e la sua forma aerodinamica fanno continuo riferimento ad un possibile darsi del volo, che tuttavia rimane latente. La sua figura è contornata da una luminosa aura sonora, fatta di pulsioni ritmiche, voci, rumori, e la luce è controllata elettronicamente dal sistema audio. L’angelo appare nel contrasto irrisolvibile tra gli opposti, in una continua tensione dinamica tra stare e dileguarsi, tra suono e silenzio.

L’interpretazione “duchampiana” di un oggetto quotidiano trasformato in altro da sé caratterizza l’opera di Chiodi, nella quale la sinestesia scaturisce dalla negazione estrema della possibilità di produrre rumore. Il ticchettio di una sveglia commenta, invece, in modo cadenzato, il quadro di Crisciotti, divenendone allo stesso tempo soggetto pittorico, in una traduzione figurativa sognata ma più rassicurante. I due personaggi protagonisti dell’opera sono la rappresentazione immaginaria del TIC e del TAC, impegnati in una sfida continua di alternanze ritmiche, rappresentata da un irrazionale affastellarsi di oggetti familiari, che come note musicali compongono la struttura melodica della vita. La scultura di Mazzeschi, alloggiata sul legno corroso di una quattrocentesca pala di mulino, sembra una maschera antropomorfa che mostra incisi i segni del tempo, come vistose rughe che evocano un ipotetico vissuto. Cela un animus palpitante rappresentato da un cuore rosso che emerge fra le crepe dell’argilla. Il colore brillante e vitale del cuore evoca ritmiche pulsazioni, una segreta armonia ancestrale. Prova a tradursi nel suono delle parole che fuoriescono dall’oggetto, ma queste sono solo un insieme confuso, “in libertà”: tutto quello che sento vive incessantemente dentro di me rabbia rabbia una pausa e tutto ricomincia dolce suono eco di una confusione.

Micarelli raffigura un violinista con il volto concentrato e lo sguardo rapito nell’ascolto partecipe di un brano musicale, che colpisce il suo orecchio particolarmente evidente. La frenetica gestualità, tradotta nella sovrapposizione quasi futurista degli stati successivi del soggetto in movimento, diviene espressione fisica della melodia che sottende l’opera. Le sonorità travolgenti prodotte dal violino si propagano visivamente nel quadro, traducendosi in una progressione di onde voluminose che fondono insieme tutti gli elementi figurativi.

Nell’opera di Marchitelli i suoni si materializzano nella pastosità e corposità dei colori, mescolati in parte, ma anche strutturati architettonicamente, come eliche di una spirale, in una sorta di analogia con la composizione musicale. L’occhio è costretto a muoversi costantemente sulla superficie del dipinto, suscitando una partecipazione emotiva simile a quella richiesta dalla musica. Risucchiato nell’immagine, che possiede la potenza di un vortice, lo spettatore prova un senso di vertigine e straniamento: il viaggio all’interno del quadro si traduce nel viaggio all’interno di se stessi, nel tentativo di comprendere la molteplicità dei propri stati d’animo e delle proprie sonorità.

Piacentini, infine, realizza due leggeri pannelli in plexiglas trasparente, leggibili su entrambe le facce, su ciascuno dei quali traduce visivamente l’idea che sottende la sua opera: una composizione audiovisiva, assai sperimentale, da eseguire con un gong e un pianoforte. Il suono del primo strumento esplode nella circolarità e concentricità delle onde sonore prodotte, mentre il suono del secondo è giocato ambiguamente sulla lettura reversibile del pannello, su cui una mano schiaccia un tasto del pianoforte. A seconda del lato da cui lo si osserva, il tasto rimane invariato ma la nota prodotta cambia e da SI diventa FA. Il “tritono diabolico”, FA-SI, l’unico accordo assolutamente vietato dalle regole dell’armonia classica, produce in un orecchio esperto effetti dissonanti e la sinestesia generata dall’opera diviene particolarmente incisiva, seppure stridente.

Cristina Aglietti